Il Mar Mediterraneo sta vivendo un processo di tropicalizzazione, con temperature in aumento e specie aliene invasive che alterano gli equilibri dell’ecosistema.
È da diverso tempo che si parla di quanto il Mar Mediterraneo sia in sofferenza per il cambiamento climatico e di come la presenza in molti habitat marini sempre più abbondante di mucillagine crei danni enormi soffocando specie fondamentali per il suo ecosistema.
Oggi, davanti al secondo mese più caldo della storia a livello globale da quando vengono raccolti i dati, con una temperatura media dell’aria che ha raggiunto i 16,91° a luglio 2024, non si può che constatare un peggioramento della situazione.
Addirittura questa estate l’ondata di mucillagine e fitoplancton a largo di Rimini è stata talmente estesa che è risultata visibile anche dallo spazio, come ci mostra la foto postata sul profilo di Copernicus EU!
I ricercatori del servizio europeo marino Copernicus hanno rilevato un aumento della temperatura dell’acqua di circa 0,4-0,5°C per decennio, con valori attuali che superano i 28°-29°C durante l’estate.
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Le cause del cambiamento climatico nel Mediterraneo
II principale motivo del cambiamento climatico è legato all’aumento delle emissioni di gas serra causate dalle attività umane. La combustione di carbone, petrolio e gas naturale è il principale responsabile delle emissioni di anidride carbonica (CO₂), uno dei principali gas serra. La CO₂ rilasciata nell’atmosfera forma una sorta di “coperta” che trattiene il calore che normalmente verrebbe disperso nello spazio, aumentando la temperatura media del pianeta.
Questo riscaldamento nei mari, oltre che favorire la proliferazione di mucillagine, favorisce anche quella di specie aliene invasive.
È corretto parlare di tropicalizzazione del Mediterraneo?
Ma la tropicalizzazione del Mediterraneo, in realtà, è iniziata già da molti anni, essendo un mare particolarmente delicato sia a causa della sua conformazione “chiusa” sia per le acque relativamente poco profonde. Uno studio del 2010 contava 955 specie aliene, di cui 134 tra quelle animali e vegetali considerate invasive, tipiche di mari tropicali o sub-tropicali.
Queste specie entrano nel Mediterraneo dall’Oceano Atlantico o dal Mar Rosso, attraverso il canale di Suez, e grazie al riscaldamento, all’aumento della salinità e alla presenza di correnti marine più deboli, trovano condizioni favorevoli ed un veloce adattamento.
In realtà il termine “tropicalizzazione” non è del tutto corretto: è sicuramente più giusto parlare di meridionalizzazione, in quanto, per fortuna, il bacino non ha ancora acquisito una fisionomia tropicale ed alcune specie predominanti resistono ancora ai cambiamenti.
L’impatto sulla pesca e sulla biodiversità
Anche se alcune di queste specie sono commestibili, come il pesce coniglio o il pesce scorpione che però può causare punture dolorose anche dopo la morte dell’animale, in realtà non aiutano la pesca.
Queste specie provenienti da altri habitat mettono potenzialmente a rischio gli equilibri e la biodiversità del Mediterraneo, soppiantando in alcuni casi le specie autoctone, come ad esempio sta avvenendo con l’ormai famoso granchio blu.
Il caso del granchio blu
Questo granchio (Callinectes sapidus) è una specie di crostaceo originaria della costa atlantica delle Americhe, in particolare dalle coste degli Stati Uniti fino all’Argentina. La presenza del granchio blu nel Mediterraneo è stata segnalata per la prima volta diversi decenni fa, ma la sua popolazione è cresciuta significativamente negli ultimi anni.
È stato introdotto accidentalmente nel Mediterraneo, probabilmente attraverso le acque di zavorra delle navi o mediante il Canale di Suez. Grazie alla disponibilità di cibo e alle condizioni ambientali favorevoli si è adattato velocemente proliferando in modo significativo.
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Origini e impatto del granchio blu
Essendo un predatore aggressivo e opportunista, il granchio blu ha un impatto negativo sulle specie autoctone, predando pesci, molluschi e altri invertebrati locali. Così nonostante si stia cercando, grazie al fatto che per alcune culture le sue carni sono una prelibatezza, di trasformare la sua presenza in una opportunità commerciale, per la maggior parte dei pescatori rappresenta un problema notevole.
È infatti noto per danneggiare le reti da pesca e predare le specie ittiche commerciali e ciò comporta perdite economiche significative. In sintesi, il granchio blu rappresenta un esempio lampante delle conseguenze delle specie aliene nel Mediterraneo, con impatti che si estendono dall’ecologia alla sfera economica.
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L’esperienza di un subacqueo
La mia esperienza ultra-trentennale di subacqueo e di fotografo dei fondali marini non fa di me un campione statistico, ma nel mio piccolo non posso che confermare quanto la scienza ed i ricercatori hanno certificato relativamente ai cambiamenti climatici e all’impatto sul Mar Mediterraneo.
Nuove specie osservate nel Mediterraneo
Alcune specie, come ad esempio l’aquila di mare, fino ad un paio di decenni non mi era mai capitato di poterle osservare in immersione nel Mediterraneo. Improvvisamente, prima saltuariamente e poi sempre più frequentemente, ho potuto vederle nuotare e fotografarle alle secche di Tor Paterno al largo di Torvaianica.
Successivamente hanno fatto la loro comparsa in determinati periodi dell’anno al Banco di S. Croce nel Golfo di Castellamare, uno dei più fantastici posti di immersione in Italia e che già frequentavo da tempo.
Infine qualche anno fa a Marettimo una delle meravigliose isole delle Egadi, ecco che usciti dalla Cattedrale, la più famosa grotta sommersa dell’isola, un folto gruppo di aquile di mare che nuotano poco distanti dalla costa.
Ma non solo aquile di mare, qui ad aspettarci vicino alla scaletta della barca, dei piccoli pesci balestra e qualche esemplare di pappagallo, tutte specie che fino ad allora avevo potuto osservare solo nei miei viaggi subacquei in Mar Rosso.

Conclusioni
Oggi è sempre più frequente avere notizie di avvistamenti di specie marine non autoctone nel Mediterraneo: se da una parte fanno notizia e costituiscono un’attrattiva in più per noi fotografi subacquei, la rapidità di questi mutamenti, prima strettamente legati a lunghi periodi geologici, non fanno presagire nulla di buono per il futuro dei nostri mari.
Articolo originale pubblicato su ScubaZone 77